.
Annunci online

Diario Minimo di un commentatore domestico
Il pacifista abbronzato
post pubblicato in Politica, il 20 agosto 2009


Guerra a Baghdad, Kabul e Pakistan: dov’è finito il popolo arcobaleno?

E’ agosto, certo. Ma nonostante la canicola viene da chiedersi dove siano finiti i pacifisti, che cosa sia successo al glorioso popolo arcobaleno, sotto quale ombrellone abbia trovato ristoro quel movimento di opinione pubblica che, nei giorni della guerra in Iraq, il New York Times aveva solennemente definito “la seconda superpotenza mondiale”. Sembrano scomparsi. Non che il complesso militare industriale di Washington abbia dato loro ascolto e, di conseguenza, messo i fiori nei cannoni. Anzi. A Washington c’è Barack Obama, invece dell’odiato George W. Bush, ma il ministro della Guerra e i generali che la guidano sono gli stessi del presidente “guerrafondaio”. Soprattutto, i 130 mila soldati americani sono ancora in Iraq a combattere, come prima, per aiutare uno dei paesi chiave del medioriente islamico a liberarsi del suo passato criminale e dalle tentazioni teocratiche.

In Afghanistan, Obama ha raddoppiato il contingente militare e ha ordinato un’escalation bellica che coinvolge anche i paesi alleati (l’Italia ha inviato 200 soldati in più e il mese scorso per civili e militari è stato il più sanguinoso dal 2001). La campagna di bombardamenti si è strategicamente estesa al territorio pachistano, sul quale da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca sono piovuti almeno trentadue missili.
I rapporti con l’Iran e la Corea del nord, se possibile, si sono ulteriormente complicati e, anche se si è lontani da soluzioni militari, non si vede ancora traccia di quella grande ricomposizione pacifica mondiale che l’elezione di Obama avrebbe dovuto ispirare. Il carcere di Guantanamo, tanto per citare un altro totem del movimento pacifista, è ancora aperto. Se e quando verrà chiuso, sarà sostituito da altre strutture detentive in America, quasi certamente peggiori di quello attuale, dove i principali prigionieri della guerra al terrorismo continueranno a non avere diritti processuali.

Prima o poi gli americani si ritireranno dall’Iraq e dall’Afghanistan, e con loro anche le truppe italiane. Ma gli estremisti del jihad islamico continuano a spargere sangue innocente e a tentare di uccidere i soldati della coalizione, compresi i nostri connazionali. Proprio ieri, tramite il generale Ray Odierno, l’Amministrazione Obama ha fatto sapere che i marine torneranno a presidiare la zona nord occidentale dell’Iraq, quella al confine tra il Kurdistan e le province sunnite, in aperta violazione dell’accordo di ritiro dai centri abitati firmato da Bush e dal governo di Baghdad.
Le bandiere arcobaleno restano ammainate, ma non perché chi le sventolava con passione si sia finalmente reso conto che la battaglia in corso è per la libertà e la democrazia, nostre e del mondo islamico. La dissoluzione estiva della “seconda potenza mondiale”, piuttosto, dimostra che il movimento pacifista non era affatto motivato dall’opposizione agli interventi militari occidentali per cacciare Saddam e i talebani dai loro regni, ma dalla volontà politica e ideologica di detronizzare Bush (e, in Italia, Berlusconi).
Non ci sono riusciti.
Lasciando per scadenza del mandato la Casa Bianca, Bush ha avuto il merito di liberarci anche del popolo della pace.

postato da PierreLouis alle ore 10:26 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
 

 

IL CASO
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2008


Gli scontri per la riapertura della discarica a Pianur
Scontri a Pianura, oltre 30 arresti

6/10/2008
(8:47)

Coinvolti anche due politici.
Le accuse: associazione per
delinquere e devastazione
di pubblico servizio
NAPOLI
Oltre trenta persone, diversi ultras del Napoli e due politici, sono stati arrestati in merito agli incidenti avvenuti lo scorso mese di gennaio a Pianura dove doveva sorgere una discarica. Come si ricorderà ci furono incidenti per diversi giorni, bus dati alle fiamme, assalti alle forze dell’ordine e a una caserma dei vigili del fuoco. Tra i politici arrestati vi sarebbe anche un consigliere comunale di Napoli e un assessore comunale.Ci sarebbero quattro politici, su 35 indagati arrestati. Due di questi sono l’assessore comunale Giorgio Nugnes e il consigliere comunale di Alleanza Nazionale Marco Nonno. Gli ultras arrestati apparterrebbero in parte ad uno dei gruppi più violenti delle due curve dello stadio San Paolo.

Le indagini, coordinate dalla procura di Napoli, sono durate circa nove mesi, sono state eseguite dagli agenti della questura di Napoli. In tutto questo tempo la polizia ha visionato i filmati degli incidenti avvenuti a Pianura, foto e ascoltato testimoni. La polizia ha individuato anche gli autori delle minacce rivolte ai commercianti della zona che all’epoca dei fatti furono costretti a chiudere i loro negozi per diversi giorni. Per i 35 arrestati le accuse vanno dll’associazione per delinquere alla devastazione, dall’interruzione di pubblico servizio alle minacce.Ventidue dei 35 arrestati sono stati condotti nel carcere diPoggio Reale, gli altri tredici sono agli arresti domiciliari.

Tra gli indagati ai domicialiari vi è anche l’assessore alla Protezione Civile e ai Cimiteri, Nugnes mentre il consigliere Nonno è stato condotto a Poggio Reale. Alcuni degli arrestati sarebbero pregiudicati non legati alla camorra che nei giorni degli assalti a Pianura costringevano ui negozianti a tenere le serrande abbassate. Tra gli indagati vi sono anche cittadini comuni residenti a Pianura accusati di avere assaltato la polizia con sassi e bastoni nei giorni degli scontri. Gli arresti sono stati eseguiti dagli agenti della Digos.
Droga, pomodori e t-shirt
post pubblicato in diario, il 20 settembre 2008


20/9/2008 (7:27) - REPORTAGE

Un raccoglitore di pomodori
Dai cantieri alle stalle,  una folla di fantasmi  ai margini dela legalità
GUIDO RUOTOLO
CASERTA

Li trovi nei cantieri edili, nelle aziende bufaline, a dare il foraggio o a raccogliere il latte che viene trasformato. O nelle piccole fabbrichette che sanno di cinese, scantinati o locali dove mani esperte producono colori e tessuti di casa propria. Sartorie come quella tra Castel Volturno e Giugliano, dove si è consumata la mattanza dell’altro giorno. O ancora nei loro «bancarielli» sulla Domiziana, a vendere prodotti alimentari che arrivano da lontano. Vivono, animano queste strade anche se sono in gran parte non regolari. Fantasmi nel lavoro regolare, perché sono in nero, ma anche quando trafficano in droga e prostituzione. Non dormono più dove capita, sotto un ponte o in una baracca di altri tempi.

Adesso vivono negli appartamenti, quelli dei bianchi che ritirarono il pigione, un regolare affitto mensile. Gli stessi appartamenti occupati a suo tempo dagli sfollati napoletani o irpini del terremoto del 1980. Oggi Castel Volturno e il litorale domizio, Villa Literno o Casal di Principe, Cancello Arnone o Grazzanise sono città multietniche. Lande disperate di violenza e degrado, di eserciti che presidiano i rispettivi territori. Enclaves di etnie diverse. Erano gli anni ‘80, quelli maledetti delle opere della ricostruzione del post terremoto dell’Irpinia che hanno ingrassato la camorra, con le bonifiche e gli assi viari. E loro, i clandestini, soprattutto nigeriani, congolesi, senegalesi, iniziavano ad occupare la «rotonda degli schiavi», a Villa Literno. Loro che fino all'estate vivevano a Roma o a Firenze.

Ed è lì, sulla «rotonda degli schiavi » che venivano assoldati dai caporali che li portavano a raccogliere l’«oro rosso», i pomodori. Vivevano nelle baracche, nei manufatti di cemento, tra piloni e mattoni, nei vagoni ferroviari. Erano i primi «esploratori» di quell'esercito di disperati che sarebbe arrivato poi. Spesso tra questi braccianti trovavi studenti o laureati, figure religiose o semplici ragazzi in cerca di futuro. Ma la loro presenza creava tensioni nel mercato del lavoro anche allora. Ci fu il morto, la prima vittima del popolo degli immigrati in Italia. Si chiamava Jerry Maslo, era un sudafricano rifugiato, ucciso dalla violenza «bianca» una notte a Villa Literno. Era il 1989. E da allora iniziò l’emigrazione interna.

I «braccianti» abbandonarono Villa Literno per approdare a Cerignola la rossa, la città di Giuseppe Di Vittorio, che intanto era diventata nera, con il fratello di Giuseppe Tatarella sindaco. In quegli anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, era arrivata anche la malacarne nera. I nigeriani che organizzarono i traffici di droga: gli «ovulatori», i corrieri che inghiottivano ovuli di «polvere bianca» da espellere, una volta a Napoli (ma probabilmente anche a Caserta) consegnavano la merce ai loro referenti. Spesso la rete di spacciatori si scontrava o si integrava con quella dei maghrebini. Occorreva regolare i flussi, organizzare i traffici, garantire la protezione. E con la camorra, a fasi alterne, fu trovato l’accordo. E poi c’era la prostituzione nera, nigeriana.

Le ragazze occupavano la Domiziana anche la mattina. Secondo diversi spunti investigativi, la camorra prendeva una percentuale come fitto dell’occupazione del suolo. Non è che la comunità «bianca» li guardasse in cagnesco. Non erano solo gli extracomunitari neri i portatori di «illegalità ». Loro, semmai, pur essendo clandestini, svelavano al mondo il degrado e la violenza che impregnavano quei territori «bianchi». Trent'anni dopo i primi esploratori della «rotonda degli schiavi», questa terra è profondamente cambiata. Anche dal punto di vista del paesaggio. Secondo l'Istat, a Castel Volturno la comunità «straniera» rappresenta il 10% della popolazione, insomma sarebbe composta da 1.500 persone su 15.000 abitanti.

Ma mai come in questo caso i numeri non valgono nulla. Secondo stime realistiche, gli stranieri (tra regolari e irregolari) sono il triplo, circa 5.000. Ed è una popolazione che d’estate si moltiplica all’infinito. Lavorano, naturalmente, ai margini della legalità, perché al «nero» quando vengono assunti nei cantieri edili o nelle aziende bufaline, o perché sono impegnati in attività criminali, dallo spaccio alla prostituzione. Sono soprattutto nigeriani, ghanesi e liberiani sul litorale domizio, nelle campagne dell’entroterra, invece, si trovano gli indiani, vengono dall'Est o dal Maghreb nell'Aversano. La mattanza dell'altro giorno, racconta dei conflitti tra i diversi eserciti in guerra. Gli «scoppiati » dei Casalesi hanno voluto riaffermare la loro autorità. Perché, evidentemente, l'avevano persa. Un mese fa, ci avevano già provato con un gruppo ribelle di 5 nigeriani. Ma l'agguato fallì. L'altro giorno a soccombere sono stati ghanesi, liberiani e cittadini del Togo.
La Politica delle Puttane
post pubblicato in diario, il 15 settembre 2008



continua
Björk Gudmundsdöttir
post pubblicato in Musica, il 9 settembre 2001


L’islandese che cataloga suoni, non parla e pensa che la libertà senza disciplina sia soltanto una gabbia


Dal Foglio del 9 settembre 2001
Si chiama Björk Gudmundsdötti, Betulla figlia di Gudmund. È nata a Reykjavik nel novembre del 1965. Generalmente, non parla. Ama gli inverni islandesi, con giornate buie per ventidue ore di fila. Lei ne ha trascorsi di interi in casa, indossando maglioni e calze di lana grigia e grossa. Li ha trascorsi scrivendo musica, che è quello che sa fare. Pensa che qualsiasi rumore in una casa vuota possa diventare musica. Basta ascoltare. Lei di sé dice: non sono una fan delle parole; imparare a usare le parole è difficile, è un processo lungo. È più facile imparare a usare i suoni. Björk ha una biblioteca intera di suoni. Li ha ascoltati, ripetuti, registrati. Poi li usa nei suoi dischi. Ne vende a milioni, vince premi, è applaudita, è stimata. Dicono che faccia musica punk, rock, pop, new wave, new age, con inflessioni lapponi, mediorientaleggianti, orientaleggianti, con belle forzature classiche, con belle forzature jazz, infine techno dance. Lei dice che boh, sarà, ma la sua musica è “trent’anni di ossessioni”. Ci sono sue foto di bimba, bellissima, e il suo volto è già il volto di un marziano. Gli occhi sono quelli dell’ufo di Roswell, agghiaccianti. È cresciuta ai margini della capitale, con la famiglia, in una comune di hippy. Suonava il flauto e il pianoforte, Johann Sebastian Bach e Karlheinz Stockhausen. E Jimi Hendrix e il jazz delle origini. La mamma suonava musica classica, i nonni suonavano jazz, il papà suonava Jimi Hendrix; così lei andava da mamma a suonare Jimi Hendrix, dai nonni a suonare il violoncello, da papà a cantare Ella Fitzgerald.

I suoi dischi fondamentali si chiamano “Debut” (1993), “Post” (1995), “Homogenic” (1997), “Vespertine” (2001). I titoli delle sue canzoni sono “Yoga”, “Pluto”, “Bachelorette”, “Isobel”, “Frosti”, “Undo”, “Aurora”, “Enjoy”, “Immature”, “Unravel”, “Hunter”. Nessuna traccia di “Together Forever” o di “Love of my Life”. Al massimo può cantare “Possibly Maybe”, “probabilmente forse potrebbe essere amore…”. Oppure “Hydden Place”, “il tuo amore mi è stato recapitato per mezzo delle più calde fibre…”. Quel che si sente sono sintetizzatori, suoni metallici, forse di scatole d’alluminio, poi come un’interferenza sulla linea, magari in lontananza passa un bastimento e la sirena è lancinante. Ecco un dolcissimo assolo di archi, e di nuovo – giurano gli esperti – gli scrosci delle vecchie radio a valvole e il “rumore di un ago da elettrocoagulazione usato dal vivo sulla faccia del tastierista”. E la faccia di Björk? Qualcuno ha scritto che sa essere di una bellezza così inconsueta da mozzare il fiato, oppure sa conciarsi così male da diventare di una bruttezza offensiva. Labbra gialle. Occhi viola. Si mangia le unghie poi le tinge d’argento o d’azzurro o di rosa. Sorriso quasi minaccioso. I capelli lunghi le coprono il viso e la fanno megera. Calva, ha lineamenti fanciulleschi e graziosissimi. I fan impazziscono per lei sdraiata sul letto, serena, gli occhi chiusi, una maglietta bianca di cotone, pantaloni scuri allacciati, e una mano che entra. Poi naturalmente impazziscono per la voce acuta, gutturale, leggera, armoniosa, il falsetto, il sibilo, lo strepito. Lei ora vive a Reykjavik, ma anche a Londra e a Manhattan. Non si capisce nulla dei suoi uomini, se ne ha, quanti ne ha, come li tratta, come li ama, se li ama. Privacy feroce. Un figlio di quattordici anni. Non gli ha dedicato canzoni. Non è una mammina da rotocalco. Perché Björk soprattutto non è.

Sfoglia luglio        settembre
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv