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Diario Minimo di un commentatore domestico
Braccia rubate all'agricoltura
post pubblicato in diario, il 27 luglio 2012




A volte ho la netta impressione che molti, forse tutti -io compreso-, abbiano perso il senso profondo del porsi domande. Interrogarsi, chiedere a se stessi cosa siamo veramente non è un trastullo per nullafacenti annoiati. Non credo si tratti di quell'intorpidirsi della curiosità che va mano a mano avanzando con gli anni, più propriamente intendo quel rinunciare a far domande perché si crede di avere già la risposta. In questo modo, verità tutt'altro che certe e definitive, sono supinamente accettate. Si, perchè, il più delle volte, coltiviamo un'idea di noi stessi forse troppo altisonante, rispetto al nostro reale essere qui ed ora
Principalmente, i problemi circa questo atteggiamento sono due. Per prima cosa, accettando preventivamente qualcosa ci si priva della possibilità di rimettere in discussione il problema, secondo, si rinuncia a quell'utilissimo lavoro personale di ricerca e comprensione.
L'aratura del campo, per rimanere nel tema oggetto del post, è qualcosa che può essere applicato analogicamente anche alla nostra persona. Ariamo il nostro campo, dunque, scaviamo e seminiamo.

 

Ps.Ringrazio pubblicamente l'amico Riccardo per avermi fornito uno spunto utile alla stesura di questo post.

Pulizia
post pubblicato in Costume & Società, il 27 giugno 2012


Alle volte penso che è meglio non sapere. Si: l'inconsapevolezza  potrebbe essere un frutto dolce da assaporare spensieratamente. Abbandonarsi, lasciarsi andare,  lasciare che le cose seguano il loro irrimediabile corso,  cedendo  all’illusione di un mondo acausale, dove tutto, prima o poi, trova il suo giusto posto. Ma, il più delle volte, capita di svegliarsi bruscamente da tali "abbandoni"; e dunque di rimanerne poi schiacciati.

Il sapere - si sa - è potere.  E non sono poche le persone che, al fine di costruire artatamente la propria "superiorità", usano gli uomini e le cose a proprio esclusivo vantaggio, incuranti di ledere i diritti altrui. Questa è una forza che rifiuto nel modo più categorico, non fosse altro per la nostra caducità di uomini "finiti" e nati per morire. E non credo a chi sostiene di sfruttare questa forza,  in diverso modo, creando dei benefici anche ad altri. Ma chi sa, comprende che ogni azione ragionata devierà il corso delle cose, che la traccia cambierà, che un dolore potrà sorgere. E che, infine, la felicità non si avvista da lontano, non si programma, non si costruisce.

  "Com-prendere" significa prendere con se; e questo prendere non sempre è "felice". Ed in questa azione è necessaria una "pulizia" interna affinchè la vista sia sgombra dallo sporco che inevitabilmente ci portiamo appresso.

 

 

 

 

 

 

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Esploratori
post pubblicato in diario, il 13 febbraio 2009


«Tu proverai ... com' è duro calle
lo scender e'l salir per l'altrui scale».

Dante Alighieri


Vien spontaneo, in specie dopo quanto è accaduto nei giorni scorsi, imbastire parallelismi, infarcire i nostri discorsi di inamovibili sicumere, immedesimarsi nelle altrui realtà, senza avere la minima cognizione di ciò che si sta per dire. In vero ciò è difficilissimo. Ma, certamente, non impossibile. Viceversa, vi sono persone che, in determinate situazioni, veramente molto particolari ed *intime*, riescono a "vedere" dove ad altri non è concesso. Costoro non parlano, non si mettono in mostra, non sbandierano ai quattro venti ciò che sanno. Anche perchè sono consapevoli della parzialità del proprio *talento*. Difficilmente chi è "ponte" sarà pure "artefice".  Non bisogna provare ad imitarli. Anzi, per certi versi, è meglio rifuggire le occasioni prossime di "incanto". A volte possono ingannare, poichè non sempre sono giusti, almeno non nella maniera in cui noi riteniamo necessario. In silenzio meditano, rimangono in "ascolto", cercando spazi non ancora esplorati, visualizzando cose che normalmente non si vedono... Soprattutto tacciono, perchè innanzitutto è necessario il "SILENZIO".
[The_Explorers_by_numennu]

Atteggiamento religioso e consapevolezza
post pubblicato in diario, il 17 luglio 2008


Il mondo circostante appare estraneo alla mia vista. Persone che fanno la fila per spedire una raccomandata, altre che sgomitano ad uno sportello bancario, altre ancora che vomitano nella calca parole ingiuriose contro il governo e la cattiva amministraziione. Intanto nessuno fa nulla. Tutti aspettano qualcosa o qualcuno che li faccia uscire dal caos. Per molti la soluzione sarebbe da individuare in un governo "forte", in un uomo "forte".
Ma non erano forse queste le carateristiche che hanno determinato la vittoria del centrodestra? Probabilmente si. Tuttavia cosa vuol dire essere "forti"' Avere soldi, potere? Da cosa ci deriva questo rimettere ad altri la responsabilità delle nostre azioni? Nel Cristianesimo vi è una buona dose di questa tendenza. Una vera è propria certezza nel confidare nella grazia di Dio e meno nei propri sforzi. Ma non è sempre vero. Prendiamo il caso dei paesi anglosassoni o di cultura "protestante".  In quie paesi  l'uomo ha fatto dello sforzo indiviuale un viatico di salvezza e di redenzione. L'uomo, in pratica , ha cercato  di trovare conforto  alla propria insicurezza interna in allettanti simboli di prosperità materiale, dimenticandosi del messaggio originario: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Nelle religioni orientali - e nel Buddhismo in particolare -  vi è, viceversa, una smaccata propensione dell'individuo a ricercare dentro di sè la ragione dell'infelicità. In altre parole, l'orientale non aspetta la "grazia" da un'entità esterna, e non cerca neppure nella realizzazione materiale in "feticci solidi e palpabili, negando in tal modo la possibilità di trovare una via d'uscita dal "cul de sac in cui si trova involontariamente collocato. L'orientale cerca la grazia scavando nella sua "intimità", cercando di liberare lo spirito universale dalle catene della personalità iindividuale. Il cristianesimo, invece, ha un'origine intellettuale e la sua giustificaione trova molto su una specie di paradigma: il Dio Cristiano l'unico Dio, l'unico vero Redentore. Nessun'altra religione è mai ha arrivata a tanto. Dio si è incarnato nel seno di una vergine e poi nel figlio in un certo posto, in un determinato giorno.  Il figlio ha portato sulle sue spalle il peso delle umane azioni. Ma questo è un atto di fede, non un'esperienza religiosa. Credere, in buona sostanza, non significa nulla sul piano spirituale. Significa piuttosto sottoscrivere un contratto. Come può venire la consapevolezza dall'accettazione acritica di un dogma? Questo è il dilemma che mi assale.

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permalink | inviato da Pierre_louis il 17/7/2008 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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